Dichiarazione d’amore alla mia città adottiva, Treviso (e in sottofondo lo spleen dei miei ricordi d’infanzia, in una giornata di pura malinconia)

Questa vuole essere una dichiarazione d’amore alla città che mi ha adottato ormai da una decina di anni. (E un flusso di coscienza dei sentimenti che oggi mi perforano la pelle, da quanto premono per uscire allo scoperto).

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Ogni anno, puntualmente, quando il confine tra primavera ed estate si fa più labile, mi innamoro di nuovo, sempre e perdutamente di Treviso.

Treviso mi ha fatto scoprire cosa voglia dire vivere in maniche corte (e canotta) senza portarsi mai appresso un giacchino, d’estate… Io, che, nata e cresciuta a Belluno (‘tra le montagne’…come dicevano i miei amici del mare – che avevano un’immagine di me simile ad Heidi tra i verdi pascoli con le caprette a farmi ‘ciao’ – ) pensavo che l’estate fossero 27 gradi se faceva caldo caldo caldo e che comunque mi aspettavo sempre, immancabile, un acquazzone o un temporale di quelli cattivi cattivi prima di sera. A prescindere.

Le estati erano, così, segnate da pochi sandali e pochi abitini leggeri, da maglioncini di cotone e giubbottini di jeans e da una sensazione persistente che l’estate non decollasse mai. Come se fosse un miraggio lontano (relegata a pochi giorni ad agosto o in ogni caso ai giorni di vacanza con gli zii al mare a Cesenatico). Il punto di demarcazione tra la non – estate e l’estate erano le gallerie del Fadalto. Due mondi contigui. Vicini eppure così distanti. Il regno di Mordor con le nuvole nere incombenti a Nord, il cielo azzurro azzurro e il caldo a Sud.

Oggi mi ritrovo a varcare questa linea di confine tutti i giorni. Due volte al giorno.

Come in un circolo, infatti, la vita, dopo tanto girovagare, ti riporta più o meno inconsapevolmente al punto di partenza.

E io, che 10 anni fa mi ero trasferita per lavoro a Treviso, adesso sono di nuovo tornata, per lavoro, a Belluno (ma questa volta no…non abbandono più la mia città adottiva). Ogni giorno, parto con le mie maniche corte e miei occhiali da sole e il profumo che arriva dal mare vicino, di salsedine, i 22 gradi mattutini e la brezza lieve di un’estate che sta scoppiando attorno e, a man a mano che salgo a Nord, sulla A4, il termometro della macchina scende, il cielo si fa meno azzurro e intravedo le nubi all’orizzonte.

Sono nubi nell’anima. Forse. Credo. Oltre che reali. Fisiche.

A Treviso ho trovato la mia dimensione. Ho trovato quel posto che non puoi che chiamare ‘casa’. Una città in cui mi sono sentita me stessa. Lontana dai pregiudizi e dal passato della città che mi ha dato i Natali (che non rinnego, attenzione…ma che mi ha tenuta troppo a lungo chiusa in un guscio che scalpitavo per rompere e capire cosa c’era fuori – e sapevo che guardare fuori sarebbe stato rinascere dentro, in qualche modo – ).

Treviso per me è:

Girare in bicicletta. Correre lungo la Restera, sul Sile. Arrivare da casa mia, in centro in 5 minuti di fiume – cigni – papere – salici piangenti, con le manichette corte e la musica a palla nelle orecchie. Sentire addosso la calura estiva. Gustarmi la luce dei tardi pomeriggi estivi, in cui tutto assume un’aura magica e si indora in modo speciale.

Treviso è:

Gli aperitivi lunghi, la sera, all’aperto. E’ i martedì d’estate dalla Nea. E’ libertà. E’ andare a dormire all’alba, dopo una nottata a chiacchierare con gli amici, anche se il giorno dopo si va tutti al lavoro alle 8. Sono i cicchetti al Botegon. Il prosecco e i panini con la mortazza dai Nanetti. La cedrata Tassoni e la mozzarella in carrozza della Gigia. Sono le cene all’aperto all’Hesperia a mangiare stracciatella e burrata pugliesi che è subito Salento e Valle d’Itria…I tavolini all’aperto da Muscoli, in Pescheria e le serate di tango in piazzetta. La cacio e pepe la carbonara di mare del Makallè. Il gelato della Romana e il tiramisù delle Beccherie.

L’incanto dei Buranei. Il profumo di glicine. Il profumo di mare che arriva fino a qui.

Il cuore che batte. La vita che scorre. Ogni angolo e vicolo di questa città un vecchio ricordo e uno nuovo, pronto da costruire.

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Ci sono dei pomeriggi, come quello di oggi, in cui la mia malinconia si fonde con questa città. E’ uno spleen dolce – amaro. In cui mi piace cullarmi.

Cammino veloce tra i vicoli del centro. C’è poca gente, intorno.

E’ un giovedì. Sono da poco passate le 16. C’è caldo.

Mia nonna è morta. Oggi c’è stato il suo funerale.

Ho in testa mille pensieri e dei pezzi di cuore hanno fatto ‘pop’ e sono scoppiati. Mi chiedo dove ritrovarli, poi…se sarà possibile ritrovarli.

Dalla Loggia dei Cavalieri mi intrufolo in Vicolo Broli e passando per Piazza Indipendenza spunto in Piazza dei Signori.

E penso a quand’ero piccola e giocavo in cucina con mia nonna. Posso sentire il profumo del ragù che cuoce nella pentola alta e grande. Io ho le mie pentoline mignon e gioco con la pasta Barilla. Con le penne rigate. E riesco a sentire la voce dolce di mia nonna e la sua risata timida e un pò roca. Penso a quanto tempo abbiamo passato io e lei in quella cucina. A tirare le tagliatelle e chiudere i tortelli. A preparare il budino al cioccolato e montare la panna Lattebusche. Ad aspettare il nonno con la tivù accesa in sottofondo su Raidue e la voce di Magalli. Una donna piccola, fragile quasi da spezzarla, verso la fine eppure così forte. Dal cuore grande e buono. Accogliente. Generosa. A volte graffiante e perentoria.

Salgo via Calmaggiore e mi fermo nei pressi del Duomo.

La nonna che giocava a briscola, che faceva i sogni strampalati come li faccio sempre anch’io e che poi giocava i numeri al Lotto e faceva ambo e ti metteva le mille lire in tasca. Di nascosto.

Attraverso via Roggia e arrivo in Piazza Trentin.

La nonna che andava a funghi, che li preparava e li mangiava sempre la sera prima ‘perchè così se sono velenosi muio prima io e non li mangiate voi’. La nonna che faceva a maglia, seduta composta sul divano in salotto. Che aveva la stanza ‘segreta’ dove faceva le trapunte e le coperte imbottite alle signore bene. Che raccoglieva le erbe nei campi e che preparava unguenti miracolosi (‘e metti l’arnica che ti passa tutto’, ‘usa quest’acqua di rose che ti fa la pelle liscia come la pesca’).

Arrivo ai Buranelli. E mi fermo un pò lì, prima del sottoportico, sul ponticello. Ad osservare il salice piangente che non c’è più e che hanno estirpato poche settimane fa per rimpiantarne uno nuovo. Penso a come questo posto non sia più lo stesso senza quel vecchio, meraviglioso, salice piangente.

Per me mia nonna è questa qui. E lo sarà per sempre. La nonna di quando ero piccola.

Perchè anche dopo. Per me. E’ sempre stata quella.

Le calze spesse color carne e le ciabatte, la gonna al ginocchio anche in casa, con la camicetta e il golfino di lana (lo metteva anche d’estate? mi sembra quasi di si…la rivedo così, nella mia mente).

Oggi ho trattenuto un pò di lacrime, in pubblico. In chiesa, durante l’omelia di Don Giuliano, ad un certo punto, guardando e non guardando davanti a me, ho notato sulla destra, vicino ad una parete, sopra uno scaffale, una piccola madonnina di Lourdes. Di plastica bianca, con i bordi del velo e della tunica azzurri. Ho avuto un flash. E ho rivisto la stessa madonnina, in camera di mia nonna, tanti, tanti, tanti anni fa. Mi sono chiesta che fine abbia fatto. Chi ce l’abbia. Se esista ancora da qualche parte. E ho provato un senso di profonda tristezza.

Le persone se ne vanno. Prima o poi.

Lasciano dei vuoti che riesci a colmare solo con i ricordi.

Creano assenze. Lasciano tracce e immagini e profumi e sensazioni. Ognuno si porta le sue, dentro di sè.

Le mie sono queste. Sono quei momenti lì. Sono pezzi d’infanzia rubati e portati via. Che subiscono delle fratture. Passa il tempo e alcune immagini sbiadiscono. Altre tornano alla luce improvvise e sorprendenti (sembrano quasi nuove, da quanto le avevi dimenticate…) quando meno te lo aspetti, riportate in vita da un nulla. Da un oggetto, da un odore, da un suono lontano.

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Treviso ha il potere di calmarmi.

Se ho l’animo sottosopra e mi sento i pensieri come dentro una centrifuga. Se ho le emozioni che frullano come in un vortice…come oggi. Come in questi giorni.

Inforco la mia bicicletta. Pedalo. Ogni giro di ruota e’ un pensiero che se ne và.

Amo questa città.

p.s. Se pensavate di trovare consigli utili per visitare Treviso e godervi la città, questo non è il post che fa per voi. Oggi va così…Oggi avevo bisogno di lasciare scorrere i pensieri come le ruote della mia bicicletta. Domani è un altro giorno…e arriveranno presto tutti i tips che vi aspettavate!

 

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6 pensieri su “Dichiarazione d’amore alla mia città adottiva, Treviso (e in sottofondo lo spleen dei miei ricordi d’infanzia, in una giornata di pura malinconia)

  1. Mi ha spaccato il cuore in due e fatto salire quel dolore alla gola quando trattieni più di una lacrima. So cosa vuol dire fondere la propria nostalgia con la città che ami e so cosa vuol dire perdere qualcuno che ci è caro.
    Però è vero che te lo porti sempre dentro, non va mai via….è come se, davvero, non morisse mai.
    Un abbraccio forte. ❤

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